¿De qué planeta viniste?

Ahí la tiene Maradona, lo marcan dos, pisa la pelota Maradona, arranca por la derecha el genio del fútbol mundial, deja al tercero y va a tocar para Burruchaga… ¡Siempre Maradona! ¡Genio! ¡Genio! ¡Genio! Ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta… Gooooool… Gooooool… ¡Quiero llorar! ¡Dios Santo, viva el fútbol! ¡Golaaazooo! ¡Diegoooool! ¡Maradona! Es para llorar, perdónenme… Maradona, en una corrida memorable, en la jugada de todos los tiempos… Barrilete cósmico… ¿De qué planeta viniste para dejar en el camino a tanto inglés, para que el país sea un puño apretado gritando por Argentina? Argentina 2 – Inglaterra 0. Diegol, Diegol, Diego Armando Maradona… Gracias Dios, por el fútbol, por Maradona, por estas lágrimas, por este Argentina 2 – Inglaterra 0.

Victor Hugo Morales, 22 Giugno 1986, Argentina 2 – Inghilterra 1

Sei tornato sul tuo pianeta.

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Alta Fedeltà

Top 5 di cose che farò appena tutto questo sarà passato e torneremo alla normalità (quale sarà questa normalità non lo so, lo scopriremo):

5. Andare al bar a fare colazione
4. Fare lunghissime passeggiate e perdermi in giro
3. Andare a un concerto
2. Prendere un treno e andare in un’altra città
1. Abbracciare e baciare le persone a cui voglio bene

(Sì, ieri ho iniziato a vedere la serie di Alta Fedeltà e adesso sono nella fase scrivere Top 5 sulla qualunque, e ho pure voglia di rileggere il libro)

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2020

You know what kind of plan never fails? No plan. No plan at all. You know why? Because life cannot be planned.

Parasite, Boong Joon-ho

Più o meno sono arrivato fin qua senza un piano preciso, il mio piano per il futuro è di continuare così. Con tanti buoni propositi da non soddisfare, e molte cose inaspettate da prendere (nel bene e nel male).

Buon anno.

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Boca de mi vida

Boca, boca de mi vida,
vos sos la alegría de mi corazón
saben todo lo que siento
te llevo acá dentro 
de mi corazón

Coro dei tifosi del Boca Juniors
La Bombonera (Garbatella, 2019)

Dietro casa c’è questo cortile dove da quando c’è bel tempo ci sono sempre dei ragazzini a giocare a pallone. Il cortile è sterrato, con degli alberi ai margini. Qualcuno ha posizionato due di quelle transenne alte come porte, e in effetti sembrano proprio due porte da calcetto, anche se più strette. E fin qua sarebbe tutto molto normale, il calcio nei cortili, anche se sempre più raro (o almeno questo è il luogo comune) esiste da sempre.

Quello che mi incuriosisce invece è perché quei ragazzi, volendo abbellire le loro porte, hanno scritto in giallo e blu BOCA . J (con il punto proprio) sulle reti, trasformando definitivamente quelle transenne e quel cortile sterrato in uno stadio, e creando di fatto una piccola Bombonera in mezzo a Garbatella.

E tutti i giorni li vedo camminando verso casa, con la polvere che si alza dallo sterrato duro, il pallone di cuoio rovinato dal tanto uso, e l’esultanza per ogni gol come fosse la finale dei mondiali, o un superclásico. Mentre, all’angolo destro del cortile quattro signore anziane fanno da spettatrici, sedute su delle sedie che starebbero tanto bene in un locale hipster. E lo sento passando quel coro, o forse è solo la mia immaginazione, che ti vien voglia di cantare e poi non smetti più: “Boca, boca de mi vida…”

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Tacconi Otello

Da quando lavoro a Roma, cioè due mesi e mezzo, ogni mattina quando vado a lavoro e ogni pomeriggio quando torno a casa, passo davanti a un torracchione alto, con delle belle aiuole intorno, un’inferriata alta, e un grande parcheggio. E ogni mattina e ogni pomeriggio mi viene sempre da pensare a Tacconi Otello.

“Quassù io ero venuto non per far crescere le medie e i bisogni, ma per distruggere il torracchione di vetro e cemento, con tutte le umane relazioni che ci stanno dentro. Mi ci aveva mandato Tacconi Otello, oggi stradino per conto della provincia, con una missione ben precisa, tanto precisa che non occorse nemmeno dirmela.
E se ora ritorno al mio paese, e ci incontro Tacconi Otello, che cosa gli dico? Sono certo che nemmeno stavolta lui dirà niente, ma quel che gli leggerò negli occhi lo so fin da ora. E io che cosa posso rispondergli? Posso dirgli, guarda, Tacconi, lassù mi hanno ridotto che a fatica mi difendo, lassù se caschi per terra nessuno ti raccatta, e la forza che ho mi basta appena per non farmi mangiare dalle formiche, e se riesco a campare, credi pure che la vita è agra, lassù.”

Luciano Bianciardi, La vita agra
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La scatola

La scatola dei ricordi è quella scatola che di norma sta chiusa in qualche posto lontano, in un ripiano nascosto, dentro un armadio chiuso, ma che spunta fuori quando pulisci, quando decidi di riordinare, quando traslochi.

Dentro ci sono in media, non una, non due, ma diciamo almeno tre vite passate. E spuntano fuori degli oggetti apparentemente inutili: una forchetta di plastica trasparente di un picnic di 10 fa, biglietti scritti fitti, cartoline, fototessere, polaroid, disegni, braccialetti rotti, fiori secchi, sassi, articoli di giornale ritagliati, biglietti di concerti, di mostre, di autobus, treni, aerei, traghetti.

La scatola è piena, per chiuderla devo spingere il coperchio forte e usare del nastro adesivo. Adesso la metto qua, accanto ai quadri che ho staccato dal muro, vicino ai libri e ai vestiti da mettere da qualche parte per poterli portare via. Le faccio prendere un po’ d’aria prima di spostarla in un altro armadio, in un’altra casa, in un’altra città; prima di riempirne altre e di riaprirle quando pulirò, riordinerò o traslocherò, alla faccia di Marie Kondo.

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Paperboy

Paperboy per NES – Come mi piaceva giocarci

Oggi sono entrato in edicola. Era parecchio tempo che non lo facevo. Ho comprato un quotidiano di carta, anche questa cosa era parecchio tempo che non la facevo, sicuramente mesi, forse anni. E lì, mentre prendevo la mia copia sottobraccio mi sono ricordato di un tempo tanti anni fa in cui per me il sabato e la domenica mattina era uscire di casa e andare in edicola. Comprare almeno due quotidiani, a volte tre; girovagare per l’edicola del paese, sfogliare le riviste, i fumetti, scegliere cosa comprare, chiedere se era uscito il nuovo numero di Dylan Dog o Nathan Never o altro.

Ci andavo in bicicletta prima, spesso, probabilmente quasi tutti i giorni, ma i giornali erano per lo più cosa del sabato e della domenica, gli altri giorni erano fumetti, riviste, figurine. Poi ci sarò andato in motorino sicuramente per un periodo, ma più di rado, che già frequentavo meno il paese, ma il fine settimana sicuro che ci andavo. Mi ci sarò pure fermato in macchina lì a fianco, magari lasciando la macchina con le quattro frecce e facendo veloce. E poi ho smesso, chissà come mai? Internet probabilmente, leggere i giornali online, trovare meno stimoli in quei fogli di carta con le notizie del giorno prima.

L’edicola vendeva anche cartoleria e ninnoli vari, dai casalinghi alle brutte cornici d’argento; a un certo punto misero pure il videonoleggio. Quando ci sono passato davanti solo un paio di settimane fa, lì in mezzo al paese lungo la via principale, ho visto quel negozio chiuso, vuoto. È così da mesi, forse anni, che in fondo io quant’è che non ci entravo prima che chiudesse? E l’unica edicola rimasta adesso in paese è un bugigattolo piccolo, che fa tristezza solo a passarci davanti, con le riviste con le copertine sbiadite dal troppo attendere che qualcuno le compri.

Oggi sono entrato in edicola. Ho sfogliato qualche rivista, guardato le ultime uscite dei fumetti, comprato un quotidiano di carta e mi è piaciuto.

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Non si sa dove si va, ma ci si va*

*Luciano Bianciardi

Tanto queste cose servono solo a poter avere foto ridicole da condividere, no?

Martedì ho archiviato questi ultimi cinque anni di vita. Devo ammettere che iniziavano a pesare; erano un bel carico, di quelli che poi magari ti ci abitui pure, ma come ti togli il peso dalla schiena ti sembra di volare. 

Li ho impacchettati bene in 135 pagine, li ho chiusi con 30 slide, trasportati in mezz’ora di presentazione, c’è stato bisogno di discuterne un po’ per capire se davvero fossi convinto a lasciarli lì. Mi hanno fatto indossare una toga e un buffo cappello per salutarli e poter andare avanti. Quei riti che dicono prima era lì, adesso sei di qua, benvenuto!

E adesso? E adesso non si sa dove si va, ma ci si va; che tanto ora sono leggerissimo e si può andar lontano senza preoccuparsi troppo. 

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Tre cose veloci

[una rubrica estemporanea di segnalazioni varie per allietare la colazione della domenica]

Photo by IRENE COCO on Unsplash

Una cosa da leggere: la fantascienza nella Bulgaria socialista

Tra gli anni ’70 e ’80 la Bulgaria è stata la “Silicon Valley dell’Est”. Insieme alle promesse di un futuro socialista guidato dall’automazione si affacciavano già le ansie e i dubbi di un mondo distopico e robotizzato. In questo contesto nasceva un florido filone di fantascienza. Aeon prova a raccontarlo in un bell’articolo

LINK

Un podcast: sopravvivere con la sharing economy

Se le ansie e lo stress di un mondo dove il lavoro umano viene sostituito dall’automazione era fantascienza nella Bulgaria degli ’80, diventa improvvisamente reale oggi nella California del 2015.

Una mini serie di tre puntate del podcast Theory of Evreything intitolata Instaserfs racconta com’è l’esperienza di una persona che prova a vivere facendo solo lavori legati alla sharing economy, tra Uber, consegne a domicilio, riparazioni casalinghe e nuovi mestieri.

LINK

Un video: l’ossessione della settimana

Visto che questa canzone mi sta ossessionando e rincorrendo da dieci giorni mi sembra giusto condividerla pure qua nella versione live più bella che potete trovare su youtube

 

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Caro diario

Domenica sera sono andato a vedere Ready Player One (andatelo a vedere e leggete il libro!), nel film James Halliday, il “genio” informatico che ha inventato la piattaforma Oasis dove l’umanità si è riversata in massa per scappare dal logorio della vita iper-moderna, ha tenuto un dettagliato  diario della sua vita che ha reso disponibile alla sua morte come indizio per risolvere la caccia al tesoro al centro del film.

Se in passato questo blog è stato anche un diario personale, un diario pubblico, oggi mi rendo conto che mi viene più difficile usarlo così, anche per questo motivo negli ultimi anni ho iniziato a tenere un diario personale privato come pratica più o meno giornaliera. Per come la pratico io adesso, è una scrittura privata, con pochi fronzoli e buttata là come mi viene al momento. Brevi appunti giornalieri e poi magari pagine più lunghe di tanto in tanto quando c’è qualcosa che mi ronza in testa da provare a rendere più chiaro. Mi è capitato di sponsorizzare tanto con amici e conoscenti la pratica del diario come forma di riflessione, di auto-coscienza, un (ri)costruire il sé.

Ieri mi è capitato di veder passare un tweet con un link a questo post dal titolo “The art of the diary” dove oltre a provare a discutere lo scopo di un diario. Ci sono esperienze come quella presentata nel post del Great Diary Project in Inghilterra o come il meraviglioso Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (AR) con il suo museo che mi piacerebbe proprio visitare, che cercano di raccogliere questi frammenti personali, vecchi diari che messi insieme possono ricostruire non solo un sé individuali, ma anche un’identità collettiva. Non lo so se i miei noiosi diari saranno mai letti da qualcuno oltre a me, se finiranno al macero, o se saranno la base di una caccia al tesoro miliardaria, intanto continuo a scrivere, anche solo per ricordarmi di quella giornata di sole e di quel bacio dato, di quella canzone che mi era entrata in testa e della rabbia di quella volta.

Tutto questo per dire che ancora non lo so cosa vi racconterò qua sopra, ma che intanto pure voi dovreste iniziare a scrivere qualcosa.

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