1917 + 100

«Alla fine di questa guerra io vedo un’Europa rigenerata non dai diplomatici, ma dal proletariato. La Repubblica federale europea – gli Stati Uniti d’Europa – è ciò che dovremo avere. L’autonomia nazionale non basta più. L’evoluzione economica richiede l’abolizione delle frontiere nazionali. Se l’Europa dovesse rimanere divisa in unità nazionali, l’imperialismo ricomincerà la sua opera. Solo una Repubblica federale europea potrà dare pace al mondo». Sorrise, con quel suo fine sorriso, leggermente ironico. «Ma senza l’azione delle masse europee, questi obiettivi non potranno essere realizzati… oggi.»

Lev Trockij parlando con John Reed il 30 Ottobre 1917 – I dieci giorni che sconvolsero il mondo

Infine fu il turno di Lenin, che si afferrava al parapetto della tribuna, muovendo sugli astanti i piccoli occhi socchiusi, fermo, in attesa, apparentemente insensibile alla lunga ovazione che si prolungò per diversi minuti. Quando fu finita disse semplicemente: «Ora procederemo all’edificazione dell’ordine socialista!». Di nuovo questo schiacciante boato umano.

John Reed – I dieci giorni che sconvolsero il mondo

Il nulla che inghiotte la sinistra

Atreyu: Che cos’è questo NULLA?
Gmork: È il vuoto che ci circonda. È la disperazione che distrugge il mondo, e io ho fatto in modo di aiutarlo.
Atreyu: Ma perché!?
Gmork: Perché è più facile dominare chi non crede in niente ed è questo il modo più sicuro di conquistare il potere.

La sinistra sta facendo la fine di Fantàsia, inghiottita dal nulla che ha aiutato a creare e prosperare negli ultimi 30 anni

Leggendo la cronaca locale e nazionale una delle nuove “emergenze” lanciate in pompa magna dai mezzi d’informazione nell’ultimo periodo è quella delle aggressioni ad autisti e controllori, e a passeggeri di mezzi pubblici. Ovviamente c’è sempre un gran porre l’accento sulla nazionalità, anzi sullo status, dell’aggressore. Come se fosse un’aggravante, e quindi si leggono comunicati di sindacati (leggevo oggi su l’Adige, ma per quanto può valere ce ne sono di simili su molti giornali locali) che chiedono maggiore sicurezza a bordo perché “ci sono troppi stranieri”, addirittura propongono “vigilantes” a bordo, mentre un po’ più lontano da Trento, i camerati di Forza Nuova lanciano le ronde sugli autobus a Siena.

In tutto questo la sinistra (tutta, da quella moderata a quella supposta dura e pura) è muta, incapace anche solo di analizzare i problemi delle città. L’unica cosa che riesce a fare è utilizzare delle lenti prese in prestito dalla destra. La risposta è il DASPO urbano (questa cosa meravigliosa per cui possono cacciarti temporaneamente da un territorio comunale se non ti comporti a dovere, se sei indesiderato o un poveraccio), la risposta è la stretta securitaria, i maggiori controlli e le ghettizzazioni. La risposta diviene il decreto Minniti e il controllo sulle ONG, si torna a parlare di respingimenti, si continua a considerare il fenomeno migratorio come un’emergenza permanente.

L’incapacità delle organizzazioni della sinistra (partiti, sindacati, associazioni) di riuscire ad elaborare un pensiero alternativo alla destra è spiazzante, siamo passati da “un altro mondo è possibile”, dal chiedere un mondo senza confini, all’aiutiamoli a casa loro, ai rigurgiti di nazionalismo e “sovranismo”. E tra la brutta copia e l’originale ovviamente è sempre preferibile l’originale.

Se la sinistra smette di fare la sinistra, di usare le categorie che le sono proprie (come il conflitto e la lotta di classe) (e sì, socialismo è una bella parola), se per paura di essere considerati antichi e poco “cool” ecco che il nulla avanza e inghiotte tutto.

Come ci insegna l’Imperatrice, Fantàsia può risorgere sui sogni e i desideri di Sebastian come di ogni altra persona, più né abbiamo più sarà bella, ecco, così pure la sinistra può riemergere dal nulla grazie ai desideri e ai sogni, le speranze di costruire un mondo migliore. Altrimenti senza sogni e desideri rimane solo il nulla.

Genova per noi

Genova, 19 luglio 2001

Genova per noi è “voi G8, noi 6miliardi”, è un sogno infranto con la violenza e una generazione che porta ancora i segni. Genova era la speranza, potremmo dire che “avevamo ragione”, ma il tempo è passato e le ragioni di ieri non sono più quelli dell’oggi. Dalla speranza alla crisi, dalla crisi alla paura, dalla paura a cosa?

Quella visione dell’altro mondo possibile è oggi un miraggio lontano. La politica è alla deriva e non riesce a costruire qualcosa di credibile, ci sono decisioni immense che interesseranno i prossimi decenni che vengono prese con sguardo miope. Sedici anni fa parlavamo dell’apertura delle frontiere, delle guerre preventive, di solidarietà e pace. Oggi siamo a scontrarci con l’opposto, e pure a sinistra sembra essersi persa quella prospettiva, quando si inneggia alla sovranità, alla sacra patria e alla difesa dei confini da un’invasione che non esiste.

C’è una generazione che è nata e cresciuta dopo Genova, ragazze e ragazzi per cui Genova “è un’idea come un’altra”, che hanno visto solo il dopo e le macerie lasciate, il nulla della sinistra e dei movimenti di oggi. Ripartire dal raccontare Genova, non solo i fatti, ma le idee, potrebbe essere un buon punto di partenza per rimettere insieme i cocci. Ripartire a rimettere insieme i pezzi, senza nostalgia, senza recriminazioni, solo per trasmettere quella speranza che c’era, far capire che non dev’essere per forza tutto così buio e tetro.

 

#alonetogether

 

#alonetogheter; LaBeouf, Rönkkö & Turner; ARS17, Kiasma, Helsinki 2017 – http://alonetogether.kiasma.fi

Shia LaBeouf, Nastja Rönkkö e Luke Turner in questo momento e per qualche altro giorno sono rinchiusi in tre casette in tre luoghi sconosciuti della Finlandia. Il loro unico contatto con l’esterno è una casetta identica a quelle dove sono loro all’interno del museo Kiasma di Helsinki.
Per entrare nella minuscola casetta di legno bisogna spostare delle pesanti tende nere, dentro allo stesso modo tutto è buio, tranne che per i tre video che mostrano il primo piano dei tre artisti. Loro sono live dalla loro località sconosciuta, chi entra nella casetta può parlare a loro, che però possono rispondere solo tramite testo, inoltre i tre non sono in contatto tra di loro, quindi sono i visitatori a dover mediare e fare da messaggeri.

Quando venerdì scorso sono entrato dentro la casetta di legno ho trovato circa una decina di adolescenti, per lo più ragazze, seduti per terra. Parlavano tra di loro e con i tre artisti, raccontavano cose accadute a scuola, problemi d’amore, scazzi, se la prendevano con Trump (alcune erano americane, altri finlandesi). Ascoltando la conversazione che stava andando avanti era evidente che lì dentro era in corso un qualcosa di strano e magico, che mi ha fatto restare lì fermo a osservare senza intervenire per paura di rompere qualcosa. Persone che non si conoscevano tra di loro avevano iniziato a legare, alcune non era la prima volta che entravano a parlare con i tre, per altri invece sì. Erano là dentro da ore: i tre sullo schermo, la casetta buia e semi-privata (sul sito dell’esibizione c’è un livestreaming dall’esterno della casetta con in sovrimpressione le risposte scritte dei tre) erano solo la scusa, parlando a un certo punto hanno paragonato quel luogo a un confessionale laico, perché lì dentro non avevano paura di esprimere le emozioni più nascoste e le insicurezze più profonde. Non so se usciti di lì quelle ragazze e quei ragazzi resteranno in contatto, io voglio pensare di sì, che magari usciranno insieme e poi si scriveranno e poi chissà cos’altro.

E un po’ tutta quella dinamica che ho osservato mi ha ricordato i primi blog, l’avere a disposizione un canale nuovo in cui nessuno ti conosce e sentirti libero di raccontare in un tuo confessionale quello che vuoi, e trovare altri come te.

La performance #alonetogether è all’interno della mostra ARS17 che ha come tema la rivoluzione digitale e come le tecnologie della comunicazione e la rete hanno cambiato le nostre vite.
Non sono un esperto d’arte, ma secondo me nel pomeriggio di venerdì scorso là dentro quella casetta di legno ce n’era tanta e bella.

Festa d’aprile

Lo sguardo del partigiano, Isola Virtuale – Schegge di Liberazione

Sono tempi strani, soffiano venti che pensavano dimenticati. Ritornano parole d’ordine antiche: patria, confini, difesa.  Vengono costruiti nemici per dividere, quando siamo tutti sullo stesso gommone alla deriva. Prendono forza dalle paure, e adesso annusano il vento favorevole e tirano fuori il muso: aprono sedi, sfilano in ordine marziale, rilasciano dichiarazioni perentorie.

E quindi quale momento migliore, di ricordare con forza a tutti che no, non c’è e non ci deve essere spazio oggi per vecchi e nuovi fascismi. Che è inutile cambiare nome, mascherarsi dietro parole apparentemente anti-sistema: la puzza di fascista si sente da lontano. Ed è facile dopo tanto tempo, con le condizioni mutate dimenticarsi cosa si festeggia oggi: la liberazione, e gli uomini e le donne che coraggiosamente lottarono.

Con loro però è necessario ricordare che quella liberazione in realtà non è mai finita, e forse non potrà nemmeno mai finire, perché il fascismo si insinua dentro, fa finta di niente e poi spunta fuori quando le paure prendono il sopravvento e le speranze si fanno meno brillanti.

E allora facciamo festa oggi, e poi torniamocene a combattere quelle paure, ché ancora fischia il vento.

Giorno della memoria

Belgrado, 2017. Una fila di rifugiati in attesa del cibo. Foto di Santi Palacios

“È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.”

Primo Levi.

A cosa serve la sociologia?

La sociologia (volente o nolente, deliberatamente o automaticamente, come vado ripetendo) è costretta a minare le fondamenta su cui poggiano le credenze popolari nella «necessità» e nella «naturalità» delle cose, delle azioni, delle tendenze e dei processi. Smaschera le irrazionalità che hanno contribuito alla loro creazione e perduranza. Rivela le contingenze dietro le regole e le norme apparenti, e le alternative che si affollano attorno alla presunta unica possibilità (vale a dire, quella scelta a spese di tutte le altre). In conclusione il métier della sociologia è, per prendere a prestito l’allegoria di Milan Kundera, «strappare i sipari» che nascondono le realtà alla vista coprendole con le loro rappresentazioni fraudolente.
C’è sempre un pericolo, naturalmente, come Theodor Adorno continuava a ricordarci: quello che, perseguendo la parsimonia e l’eleganza dei suoi resoconti (uno dei criteri guida della perfezione scientifica), la teorizzazione sociologica possa attribuire alle realtà sociali una quota di «razionalità» molto maggiore di quella che di fatto possiedono; notiamo e ricordiamo che la «razionalità del mondo» è la versione moderna (e secolare) della teodicea. Il pericolo è indubbiamente lì, è difficile resistere a una simile lusinga, mentre la tentazione di cedervi è parte integrante della logica dell’impegno accademico […]

Zygmunt Bauman, “La scienza della libertà – A cosa serve la sociologia?”

Tirarla in lungo

Io sono del partito che l’anno nuovo inizia veramente dopo l’Epifania, ma quale primo Gennaio. Quest’anno poi col ponte l’anno nuovo inizia di lunedì, giorno perfetto per disattendere tutti i buoni propositi accumulati in questi giorni di feste.
La mia bella lista è pronta e scritta in bella calligrafia. Alcuni punti sono identici a quelli dell’anno prima, dell’anno prima ancora, e così via, che potremmo arrivare all’inizio dei tempi (miei). Altri sono nuovi, scintillanti, e che portano con loro una prospettiva futura, un mondo nuovo e lontano 365 giorni (o forse meno).
Devo solo smetterla di tirarla a lungo e incominciare, da lunedì però.

Italia sì, Italia no, Italia gnamme

a tutti i compagni per il sì e per il no, dopo che avete votato oggi fate un respiro e mangiatevi un gelato.(Illustrazione di Liz Climo)
a tutti i compagni per il sì e per il no: dopo che avete votato oggi fate un respiro e mangiatevi un gelato (illustrazione di Liz Climo)

Devo essere onesto, sono molto contento di non poter votare oggi. Non voterò e non avrei votato nemmeno fossi stato in Italia, al massimo forse mi sarei concesso una scheda nulla. Mi sono sentito a disagio a seguire il dibattito degli ultimi mesi. Eppure, non sono riuscito a disinteressarmene, in fondo ci speravo che qualcuno riuscisse a convincermi e invece è stato come osservare morbosamente un lungo incidente sull’altro lato della carreggiata.

Ho trovato interessante l’analisi di Fabrizio Barca, il suo tentativo di ricondurre le due parti a una sintesi più ragionevole, ho condiviso meno le sue conclusioni successive che l’hanno spinto a votare sì. Ho letto tutte le possibili argomentazioni e motivazioni del sì e del no, nella riforma ci sono cose che ritengo giuste (la riforma del titolo V) e e altre meno (la composizione del nuovo senato), cose di cui m’importa relativamente (l’elettività dei senatori, il taglio del loro stipendio e la riduzione del loro numero) e cose che trovo sbagliate (la cancellazione delle province e del CNEL).

Per il resto, penso solamente che le urla, le accuse, gli strali e i distinguo da entrambe le parti siano solo deleteri. In questi mesi sono stati spesi fiumi di parole per argomentare tutto e il contrario di tutto, per accusare questo o quello delle peggiori nefandezze e delle peggiori intenzioni. A sinistra è stata alimentata una lotta intestina che fa più male che bene: le fratture all’interno di quelle che sono rimaste le maggiori organizzazioni di questo paese (CGIL, ANPI, ARCI, PD) saranno foriere di ulteriori lacerazioni e dolori. Spero che da domani, qualunque sia il risultato che uscirà stasera dalle urne, si possano superare questi scorsi mesi, ricordandosi che intanto il mondo là fuori è diventato più brutto e pauroso e che serviranno le idee e le energie di tutti noi per migliorarlo.

Io non parteciperò al voto, se mi cercate sono a mangiarmi un gelato, dai venite anche voi a farmi compagnia dopo che avete votato.

Casa nuova

Indirizzo nuovo, ma stesso arredamento.

Non prometto una continuità di scrittura, quindi potete mettervi comodi.

Se usate ancora quei cosi chiamati feed rss aggiornate l’indirizzo.