Perché l’articolo 18 è un non problema.

Sono mesi ormai, anzi anni, che continuano a dirci che l’articolo 18 è il vero freno alla competitività di questo paese, la palla al piede dell’occupazione che senza schizzerebbe in alto come neanche durante il boom economico, tutto per l’articolo 18. Dice c’è quel problema lì, quello della precarietà, delle 46 forme di contratto diverse, come lo risolviamo? Aboliamo l’articolo 18. Dobbiamo aumentare gli investimenti? Aboliamo l’articolo 18. Oggi nessuno dice aboliamo però, si dice superare, siamo moderni, mica vorremmo sembrare quelli che tolgono diritti e libertà, no?

Ora, andate a leggervi l’art.18 (visto ci siete date una lettura pure a tutto lo Statuto dei Lavoratori che male non fa), come vedete si trova nel Titolo II che ha come titolo “Della libertà sindacale” e già il fatto che sia stato inserito qua dal legislatore può far capire a cosa serva.
Quando l’avete letto continuate con la lettura.
Letto? Poi vi interrogo eh.

Quindi in pratica si dice che per evitare licenziamenti individuali discriminatori (ti licenzio perché sei iscritto a tal sindacato, ti licenzio perché mi stai antipatico) viene inserita con l’art.18 una tutela reale, che comporta la restituzione al lavoratore ingiustamente licenziato del posto di lavoro, o in alternativa la scelta di rinunciare alla reintegrazione in cambio di 15 mensilità.

I sostenitori della modifica o cancellazione dell’art.18 sostengono che togliendo questo vincolo le aziende (solo quelle sopra ai 15 dipendenti però, perché alle altre non viene applicato l’art.18) siano più disposte a fare contratti a tempo indeterminato.
Vediamo un po’ di numeri però: fatti un po’ di calcoli viene fuori che l’art.18 copre circa il 33% dei lavoratori italiani, i dati sulle vertenze dicono come solo qualche centinaio di lavoratori l’anno viene reintegrato sotto l’ombrello dell’art.18 e come viene affermato pure dai sindacati nella maggioranza dei casi il lavoratore sceglie l’indennizzo, c’è però una forte componente psicologica e sociale nella formula dell’art.18 che funziona da deterrente verso possibili soprusi della parte forte, perché il rapporto di lavoro non è e non sarà mai un contratto tra pari, per questo il diritto del lavoro è importante a riequilibrare queste differenze.

Allo stesso tempo esistono le leggi sui licenziamenti individuali (legge 604 del 1966) e quelli collettivi (legge 223 del 1991) che consentono alle aziende . Nella prima il licenziamento è previsto per ragioni soggettive: quindi per giustificato motivo (“notevole inadempimento degli obblighi contrattuali”) o per giusta causa (art. 2119 c.c), ma anche per ragioni oggettive (“ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa”), cioè in pratica per ragioni economiche e organizzative, così come previsto per i licenziamenti collettivi.

In europa non è che ci siano molte differenze rispetto a noi, in alcuni paesi sono un po’ più rigidi, in altri un po’ meno, però tutele di questo genere, compresa la possibilità di reintegro ci sono praticamente ovunque, quello che non c’è è una giustizia lenta come la nostra.

Quindi in definitiva, per me è sacrosanto non toccare l’art.18, come chiesto dalla CGIL e pensare piuttosto a un piano di investimenti per il lavoro, a ridurre le forme contrattuali presenti in Italia e a rendere meno conveniente il lavoro precario; tutte cose queste, che potrebbero davvero aiutare noi giovani, ma anche i nostri genitori e l’intero paese a uscire dalla crisi. Non è la flessibilità in uscita il problema dell'Italia, basta guardare gli indicatori OCSE e vedere che siamo molto più vicini alla Danimarca della flexicurity che non la Germania delle rocciose relazioni industriali. Il problema è crearli i posti di lavoro, per farlo bisogna investire in innovazione di prodotto, investire sulle donne, sui giovani, estendere gli ammortizzatori sociali. 

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