Disarmiamoci

Dopo Nizza avevo paura, ho paura: di una reazione di pancia, di chiusura, di odio e di escalation, di Trump, Salvini e LePen, ma anche di Alfano e Renzi, delle risposte che riguardano “più sicurezza” e delle troppe poche domande fatte, dei militari in giro e nelle stazioni (e delle stazioni trasformate in aeroporti, ma quella più che paura è schifo) come fossimo in guerra. Più che degli attentati di per sé, ho paura di quello che succede dopo, dell’alzare l’asticella ogni volta di più, delle leggi speciali e degli stati di emergenza, dei muri e dei controlli, delle libertà da difendere che vengono limitate.

In mezzo a tutta questa paura mi è capitato di pensare al decalogo sulla convivenza che Alex Langer scrisse ormai più di 20 anni fa. In quel momento Langer stava guardando alle atrocità di una guerra che separava famiglie e amici su confini etnici e religiosi e le sue riflessioni partivano anche dal nascere e crescere in un territorio ancora oggi diviso su crinali linguistici e culturali. Oggi è la stessa cosa, solo su scale più grandi, con divisioni più subdole e conflitti più striscianti. E lì in quelle poche righe ho ritrovato una bussola, una direzione a cui tendere, quella della convivenza pacifica e del superamento di differenze e diffidenze, quella del disarmo e della non violenza. E poi subito dopo ho letto della polizia di Aarhus in Danimarca e del suo progetto di risocializzazione dei foreign fighters che tornano dalla Siria, di come farli sentire accolti dalla comunità e non come reietti da colpevolizzare e incarcerare.

Ed è di nuovo tutto qua, come stare insieme, costruire ponti, saltare muri ed esplorare frontiere, come non avere paura insieme, ma per farlo dobbiamo partire dal disarmare: le nostre paure e le risposte che mettiamo in atto, i nostri gesti e le parole, le mani e i cuori.

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