Velocità

A piedi, camminando veloce, un uomo percorre circa 5 km all’ora. Se devi fare 20 km ci metti 4 ore a passo svelto. Una giornata di cammino sono 40 km. Io fino a 10 anni fa non ci avevo mai pensato a questa cosa, poi ho camminato per qualche centinaio di chilometri fino a Santiago di Compostela. Una delle cose che mi ha insegnato quel viaggio è stata la velocità, dover calcolare quanto posso percorrere in un giorno, una settimana, un mese. Sarà per questo, ma da allora ho sempre un senso di smarrimento quando mi succede come ieri mattina, di svegliarmi nel mio letto a casa e di essere per merenda a Stoccolma, senza nessuno sforzo. Direte voi questa è la modernità, quella cosa che ti fa spostare da un punto all’altro della terra in poco tempo e senza fatica, che ti fa spedire bit in giro per il mondo istantaneamente, che ti fa arrivare a lavoro tutti i giorni senza dover fare 20 km a piedi ad andare e 20 km a tornare. Però ho scoperto che a me tutta questa velocità mica mi piace sempre, che preferisco i treni agli aerei, i regionali all’alta velocità, camminare invece di correre. È un mondo difficile per noi che vogliamo andare lenti.

Dormi sepolto in un campo di grano

cimitero
Così come vi siete fronteggiati in vita, gli uni di fronte agli altri, nelle trincee, sulle montagne, al freddo, in mezzo alle neve e al fango, circondati da filo spinato e paura, adesso anche da morti siete di nuovo gli uni di fronte agli altri.
Non più trincee e filo spinato, ma un viale alberato a separarvi. I vinti, con un monumento e una semplice iscrizione e i vincitori dall’altro lato ricordati con i nomi, un mausoleo, tutti gli onori e il pieno di retorica.
Io che non ho fatto il militare, che ho paura di qualsiasi arma, e che non riesco neanche a immaginare cosa vuol dire essere in guerra, continuo a chiedermi perché non potete stare insieme in pace, almeno da morti.

Greetings

 

Il fischio del capotreno, le porte che si chiudono e il treno che lentamente parte. Tutto intorno i rumori sono ovattati, come se in tutta la stazione fosse rimasto solo quel treno, io fuori, lontano dalla linea gialla, tu dentro, a guardare dal finestrino prima di cercare il tuo posto a sedere.
Chissà accanto a chi sarai seduta, chissà se arriverai in orario, chissà se mi penserai.
Quando mi sfila davanti l'ultimo vagone mi rimetto gli occhiali da sole e aspetto di vederti scomparire, di rimanere là fermo e immobile mentre la voce sempre uguale delle stazioni avverte che il regionale per Pisa è in ritardo.
Sono passate settimane da quel bacio dietro la linea gialla, siamo tornati e partiti altre volte, ma ogni volta quando ti devo salutare rimango sorpreso, come un bambino che gli vola via il palloncino o come un viaggiatore che gli parte il treno sotto il naso. 

La linea blu

 
 
Un gruppo di studentesse di medicina in camice e con i capelli raccolti fumano una sigaretta nel cortile, il vento fa muovere i rami degli alberi. 
Trattengo il fiato, apro la porta e a passo svelto inizio a cercare l'ambulatorio, dice che devo seguire la linea blu.
Davanti all'ambulatorio, stanza 19, ci sono 5 sedie scomode e un attaccapanni, la striscia blu prosegue dritta fino a una porta, ogni tanto qualche barella spinta da volontari in tute catarifrangenti.
Non avrei mai potuto fare medicina, non riesco a starci dentro un ospedale, anche se sono in visita, anche se sono lì per una cosa normale, niente, mi ci sento piccolo, schiacciato dal peso di questi palazzi giganteschi e caotici.
Io voglio solo continuare a seguire la linea blu, che laggiù poi c'è l'uscita e fuori il sole e il caldo, il vento che muove le foglie e le studentesse senza camice e con i capelli sciolti.